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Botta e risposta

Anzi, Boccia e risposta.

E sì, perchè sulla nuova sconfitta del PD in tema di IMU Gad Lerner attribuisce delle responsabilità ben precise a Francesco Boccia.
Che però dà una sua versione dei fatti, anche piuttosto diversa.

Razzismo e miopia

Per me quella “e” nel titolo potrebbe anche essere accentata, ma vabbè.

Da stamattina tanti contatti di Facebook (con le stesse posizioni politiche) hanno condiviso un articolo de “Il Radar”. Questo. Il sito si caratterizza per un taglio abbastanza netto dei suoi post e dei suoi target (qui e qui altri due esempi: una propaganda – falsa – antiimmigrati e un messaggio che incita all’evasione, abbastanza filogrillino o filoleghista che dir si voglia).

Il post sotto la lente di ingrandimento oggi, però, è più miope (o più subdolo) degli altri: si parla di “case popolari preda totale degli immigrati” e ci si meraviglia di come nell’elenco “praticamente non si vedano italiani”. Se fosse vero, in effetti sarebbe una notizia. Va bene che Milano è un assoluto melting pot e che, dopo Bari, è anche la città italiana col maggior numero dei miei concittadini (ma non ci scambiano ancora per stranieri), ma solo stranieri nelle graduatorie sarebbe una cosa eclatante.
Per commentare la non notizia, l’autore dell’articolo addirittura contatta una “giovane esponente del PDL”, che si dice “esterrefatta”. Di più: “Non c’è un cognome “italiano” nell’elenco”. Per rilasciare una dichiarazione del genere, si presume che l’esponente del PDL abbia letto personalmente la graduatoria.

Il punto è proprio questo: salta facilmente all’occhio che è un elenco assolutamente incompleto (a meno che non abbiano presentato richiesta all’ufficio del Comune solo cittadini col cognome che inizia per A – o addirittura per doppia AA. E questo sì che sarebbe stranissimo). E infatti, l’elenco completo – con tantissimi cognomi italiani – è consultabile qui.
Dunque, qual è il senso dell’indignazione comune che montava sui social network? Che senso ha, per un sito che si definisce un “news magazine” (di centrodestra), fare disinformazione lamentandosi della presenza di cittadini esclusivamente stranieri in una graduatoria, controllandone solo la pagina 1 (su 1094)? C’è la voglia di far scattare la solita guerra tra poveri lanciando, in un momento così difficile per le famiglie italiane, una delle tante campagne contro lo straniero?

Purtroppo nell’equivoco non cade solo la giovane esponente milanese del PDL, ma anche Marcello Gemmato, un consigliere comunale barese di Fratelli d’Italia (già in lista alle elezioni di febbraio 2013 e che sarebbe anche stato eletto alla Camera dei Deputati, se solo Ignazio La Russa non gli avesse – parole sue – “scippato” il seggio), la cui gaffe finisce su Repubblica – Bari.

La Gabanelli e il Grillo

16 aprile 2013, dopo l’ufficializzazione dei risultati delle “quirinarie” del M5S.
Grillo: “La Gabanelli è una signora, che è contro tutti i poteri forti, che fa indagini meravigliose, no? Ce li ha contro tutti. Ho chiamato anche Di Pietro […] Di Pietro sarà meno contento. Mettere lì un nome così è un segnale fortissimo di cambiare radicalmente le cose”.
E sul blog, questi erano i commenti più votati.

Poi, dopo la discussa puntata di Report del 19 maggio sui finanziamenti ai partiti che prende in considerazione anche il finanziamento del M5S, qualcosa cambia. Due post di utenti ospitati sul blog, due post dello staff di Grillo, un post del gruppo del M5S alla Camera e un post di un senatore del M5S, Lello Ciampolillo (barese, già candidato sindaco nel 2009 per la lista civica Beppegrillo.it, 749 voti).

Tutto ciò, tralasciando gli attacchi degli utenti del blog a Milena Gabanelli.

Non mi sorprende particolarmente questo dietrofront grillino su Milena Gabanelli, da Giovanna d’Arco dell’informazione italiana a “pagata”, “serva dei padroni”, “asservita” e conduttrice di un “programma di m…”. La verità resta sempre quella: ergere a paladino qualcuno che faccia le pulci agli altri, ma che non metta il naso nei cazzi nostri.

Libertà di (sala) stampa

Per quello che sto per scrivere non serve scomodare Giancarlo Siani o i giornalisti quotidianamente ammazzati in Russia per ricordare come la stampa libera, usando un eufemismo, abbia sempre dato fastidio.

Qualche giorno fa, nella sala stampa del Milan durante la presentazione di Mario Balotelli, si è consumato uno spettacolo imbarazzante: tutto insieme, un concentrato di arroganza, delegittimazione e sarcasmo. In una parola: Adriano Galliani.

Tutto nasce dalla domanda di una giornalista del Tg1, che chiede al neorossonero cosa avesse provato ascoltando le parole del presidente Berlusconi in cui veniva etichettato come “mela marcia”. È allora che interviene Galliani, affermando che il presidente non aveva dovuto scusarsi di nulla perché quelle parole, in realtà, non le aveva mai pronunciate e bla bla bla, come in occasione di cento altre affermazioni dell’ex premier e centouno smentite del giorno dopo. Da quel punto in poi Galliani prende di punta la cronista “impertinente”, invitando la platea a non porre “domande inesatte”.

È stato un peccato vedere una sala stampa muta, con nessuno dei colleghi intervenuti a difendere la collega per una domanda legittima su dichiarazioni realmente rilasciate. Così come è stato un peccato che nessuno avesse un tablet col quale far vedere a Galliani un video. Questo. Ci sarebbe da rinfrescare la memoria ad Adriano Galliani.

(nel suo piccolissimo, questo post avrebbe anche avuto un senso, se solo il buon Marco Esposito non mi avesse letto nella mente scrivendo questo pezzo perfetto)

Tagliati ad arte

Niente di personale, ma sono sempre più convinto che, piuttosto che assomigliare a militanti o elettori, molti simpatizzanti grillini siano più simili agli adepti di una setta. Basta che una dichiarazione di Grillo faccia parlare di sé e provochi discussione per vederli arrivare in massa, pronti a dibattere sui forum e sui social network e a difendere l’indifendibile.

L’accusa mossami ieri – avevo postato su twitter questo video di 16’40” con l’incontro tra Grillo e i militanti di CPI – è stata quella di non aver pubblicato il video integrale, bensì uno “tagliato ad arte”.
Chi l’ha affermato non si è neanche preso la briga di vedere come il primo video, quello di 16’40” e molto più “artigianale” (girato probabilmente con un telefonino), vada a incastrarsi nel video integrale, esattamente tra 1:09:00 e 1:25:40. 16’40”, tondi tondi. E dunque niente “censura” o “manipolazione” (che mai mi erano passate per la testa), quanto piuttosto solo due diversi video con le stesse parole.

Ah, che argomentazioni ferree.

Rassegna(ta) stampa

Non c’è che dire: appena s’è diffusa la notizia della sua ricandidatura, all’estero l’hanno presa bene.

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