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“Ma io scherzavo!”

Dunque, Berlusconi ordina ai suoi ministri di dimettersi, ufficialmente per la querelle PDL-PD – più che altro, PDL-Saccomanni – sull’aumento dell’Iva dal 21% al 22%, in realtà per l’irrisolta questione-decadenza (alla faccia di chi dice che le sue questioni personali non avrebbero interferito con la vita dell’esecutivo).
Con questa mossa, B. pensava di poter tentare l’ennesimo braccio di ferro con Enrico Letta, ma è stato prima sfidato da un manipolo di ex fedelissimi di provenienza varia (ciellini e alcuni degli stessi ministri: Quagliariello, Lupi, Formigoni, Giovanardi, con in prima fila Alfano), e poi costretto a una giravolta in aula annunciando la fiducia del PDL al governo Letta con la sorpresa dei suoi stessi senatori.

Le dimissioni erano state imposte da B. alla rappresentanza di governo del PDL, e anche due fedelissime del Cav come Michaela Biancofiore e Simona Vicari eseguono l’ordine e formalizzano la stessa decisione, pur essendo “solo” sottosegretarie.

Dal voto di fiducia al governo scaturisce un’affermazione del duo Letta-Alfano sulla componente dei “lealisti” del PDL che originariamente avevano seguito Berlusconi nel suo voler negare la fiducia all’esecutivo, e la formazione di governo rimane la stessa. O quasi. E sì, perchè con tutti i colleghi di partito che hanno ritrovato la loro poltrona, solo la Biancofiore si è vista togliere le deleghe.

Quello che è successo non è molto chiaro. Enrico Letta dice che tutti i ministri, in seguito, hanno ritirato le dimissioni. Al contrario, secondo un’incazzatissima Biancofiore (che parla addirittura di “mobbing”), stando ad alcune agenzie di stampa i ministri non avrebbero affatto ritirato le dimissioni. Simona Vicari si mantiene più diplomatica, ma spiega come anche a lei abbiano suggerito di ritirare le dimissioni, avvalorando dunque la posizione di Letta sul tema, pur chiedendo un reintegro della collega.

Indipendentemente dalle dinamiche di questa faccenda, c’è una posizione che è totalmente inaccettabile. Quella di Michaela Biancofiore. Non puoi presentare una lettera di dimissioni che nessuno, eccezion fatta per B., ti ha obbligato a presentare, salvo poi lamentarti del fatto che questa domanda sia stata accolta. Oltre che essendo un comportamento del tutto strumentale (ma strumentale nel peggior modo possibile, quel modo che costringe il tuo interlocutore ad assecondarti, pena un’infinita serie di ricatti politici), è da TSO.

Con un quadro politico interno al PDL ancora molto incerto, c’è un’unica cosa che mi lascia molto contento. Il disarcionamento dell’amazzone. Non per qualcosa di personale contro l’ex sottosegretario (che, peraltro, si era già brillantemente distinta) o perchè ritenga questo un governo di alto profilo e dunque non degno di ospitare personaggi del livello della bolzanina. Ma solo perchè da adesso in poi, probabilmente, qualcuno ci penserà su un attimo prima di presentare una lettera di dimissioni al solo scopo di tirare qualcuno per la giacchetta.

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“Non facciamo stronzate”

Con chiarezza e senza tatticismi, seguendo il pensiero di tantissimi elettori (che evidentemente per molti non contano più un cazzo), Pippo torna sulla questione-Quirinale. E non le manda a dire.

Il governissimo che (ci) fa malissimo

Insomma, pare che l'”esito non risolutivo” del mandato esplorativo conferito a Bersani da Napolitano non sia neanche la cosa peggiore che potesse capitare al segretario.

E già, perchè a quanto pare le consultazioni tenute stamattina direttamente da Re Giorgio coi referenti delle varie forze politiche si sono trasformate in una partita a scacchi. Partita in cui la morsa PDL-Lega ha dichiarato scacco al segretario PD: volontà di un governo politico, “vista l’esperienza tragica del governo tecnico”, anche a guida Bersani. Un abbraccio mortale. E non si può non pensare, dopo la minaccia di occupare le piazze se il prossimo Presidente del Consiglio non fosse stato un nome gradito ai berluscones, che questa offerta sia stata fatta per avere la contropartita del Quirinale (un governo può durare anche pochi mesi, ma sette anni sono lunghi. Cosa succederebbe con un Gianni Letta – lo dico, così lo brucio – per sette anni al Quirinale?).

Oltre che la naturale continuazione di un governo Monti senza Monti – non dimentichiamoci chi revocò la fiducia a quel governo – e una nuova, lunga campagna elettorale travestita da prologo istituzionale, una grande coalizione PD-PDL-Lega-Scelta Civica sancirebbe l’implosione totale e definitiva del PD.

Se gli elettori di Berlusconi generalmente si fidano del suo fiuto (e delle sue promesse), e poco gliene frega di stare al governo con gli odiati “comunisti” – avvisateli: non ci sono più, e quei pochi che ci sono hanno cambiato abitudini alimentari – evocati nelle piazze e col temutissimo Monti, fino a qualche giorno fa responsabile dell’aumento del numero dei suicidi e finanche del buco dell’ozono, con gli elettori del centrosinistra è completamente diverso.

E già, perchè una larghissima maggioranza degli elettori del PD e della coalizione di centrosinistra si dichiara contrario a quello che sarebbe, parafrasando Jerry Calà in “Yuppies”, un (nuovo) governissimo che (ci) fa malissimo. Elettori che a febbraio hanno dato una nuova (e in alcuni casi, un’ultima) dimostrazione di fiducia a un partito che probabilmente neanche se la merita, e che puntualmente si ritroverebbero a non contare un cazzo. E quando ci vuole ci vuole.

Come se non bastasse, una mossa del genere aggiungerebbe confusione su confusione fra i vertici del partito. Perchè chiamarsi “democratico” è molto bello, ma uscire non-vincitore da una tornata elettorale in cui eri dato per dominatore totale e apparire così frammentato e con mille posizioni diverse alla luce dell’esito delle urne è un attimo. Se già in tempi di pace (NdA: prima dell’offerta-che-non-si-può-rifiutare-e-invece-sì) parte dell’area ex popolare-ex margheritina premeva per sedersi al tavolo con Berlusconi – su tutti, Matteo Renzi e i suoi, non ultimo quel Graziano Delrio sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’ANCI – cosa succederà adesso?

In tutto ciò, pare che i pentastellati non chiudano le porte a un governo di “pseudotecnici”. E il primo nome “pseudotecnico” che mi viene in mente è quello di Fab…io B..ca. E non lo dico, così non lo brucio.

Libertà di (sala) stampa

Per quello che sto per scrivere non serve scomodare Giancarlo Siani o i giornalisti quotidianamente ammazzati in Russia per ricordare come la stampa libera, usando un eufemismo, abbia sempre dato fastidio.

Qualche giorno fa, nella sala stampa del Milan durante la presentazione di Mario Balotelli, si è consumato uno spettacolo imbarazzante: tutto insieme, un concentrato di arroganza, delegittimazione e sarcasmo. In una parola: Adriano Galliani.

Tutto nasce dalla domanda di una giornalista del Tg1, che chiede al neorossonero cosa avesse provato ascoltando le parole del presidente Berlusconi in cui veniva etichettato come “mela marcia”. È allora che interviene Galliani, affermando che il presidente non aveva dovuto scusarsi di nulla perché quelle parole, in realtà, non le aveva mai pronunciate e bla bla bla, come in occasione di cento altre affermazioni dell’ex premier e centouno smentite del giorno dopo. Da quel punto in poi Galliani prende di punta la cronista “impertinente”, invitando la platea a non porre “domande inesatte”.

È stato un peccato vedere una sala stampa muta, con nessuno dei colleghi intervenuti a difendere la collega per una domanda legittima su dichiarazioni realmente rilasciate. Così come è stato un peccato che nessuno avesse un tablet col quale far vedere a Galliani un video. Questo. Ci sarebbe da rinfrescare la memoria ad Adriano Galliani.

(nel suo piccolissimo, questo post avrebbe anche avuto un senso, se solo il buon Marco Esposito non mi avesse letto nella mente scrivendo questo pezzo perfetto)

E io che pensavo

Devo ringraziare Roberto Maroni.

Nella settimana in cui ha sancito l’accordo con Berlusconi (e nonostante ci sia qualche buontempone che evidentemente deve avergli fregato il telefonino), voglio credere che lui, barbaro sognante, mantenga la schiena dritta e non si rimangi la parola data ai suoi elettori. E la parola data prevede la candidatura di Bobo alle regionali in Lombardia in cambio dell’appoggio al candidato del PDL alle politiche, anche se questo scenario è più complesso da decifrare.
Solo un punto è chiaro: “No Berlusconi candidato premier”. Di più: “E’ scritto nell’accordo”.

Ecco perché gli elettori leghisti devono aver sudato freddo vedendo il simbolo del PDL con la scritta “Berlusconi presidente”. Presidente? Ma come, non c’era l’accordo? Per fortuna è intervenuto Bobo che ha spazzato via ogni dubbio. Presidente perché è “presidente del PDL”.

E io che pensavo che parlassero del Milan.

C’è un dottore in sala?

C’è da augurarsi che Medvedev e Borghezio avessero torto e che gli alieni non esistano. O che quantomeno, confusi tra gli italiani (anch’essi abbastanza confusi), non trovino il modo di leggere le pagine di politica interna sui nostri quotidiani.

E sì, perché ci sarebbero davvero tante cose da spiegare. Tutto nasce a inizio dicembre, quando il Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, intervistato sulla possibilità di un ritorno in campo dell’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, risponde che no, non sarebbe il caso, perché non farebbe bene all’Italia qualsiasi cosa possa far pensare a un ritorno al passato. Apriti cielo. Silvio Berlusconi non accetta questo giudizio, fa quadrato coi suoi ed emana l’ordine: l’avventura politica di Mario Monti deve arrivare al capolinea. E così è. Il lavoro sporco lo fa il segretario di Berlusconi Angelino Alfano, che con un discorso alla Camera sfiducia ufficialmente il Prof. E così, di punto in bianco e dopo aver votato la fiducia ai provvedimenti del governo tecnico per ben cinquantaquattro (!) volte, il PDL stacca la spina come più volte aveva minacciato di fare. Senza considerare, peraltro, il contropiede del Prof che a colloquio con Napolitano al Quirinale formalizza la sua decisione irrevocabile dopo l’approvazione della legge di stabilità.

Tutto chiaro? Nient’affatto. Perché dopo pochissimi giorni Berlusconi “offre” la leadership dei “moderati” alla stessa persona a cui aveva tolto la fiducia, dicendosi pronto a farsi da parte nel caso in cui questi dovesse accettare la gentile proposta. Ma Monti ovviamente non ci sta.
E ora come spieghi quest’andamento zigzagante e contraddittorio ai tuoi elettori (ma anche al tuo medico curante, magari)? Con il solito copione, quello del dottor Jekyll e Mister Hyde. Dietro il travestimento del leader illuminato, del fine statista, del “padre nobile” del movimento, si nasconde un animo populista e antieuropeista. Ed ecco allora che il governo Monti diventa il governo che ha introdotto “solo tasse e nessuna riforma”, che “lo spread è un imbroglio della Germania” (e da Berlino arrivano i primi schiaffoni mediatici), che “contro il mio governo c’è stata una congiura”, fino ad arrivare a parlare, in caso di vittoria alle politiche di febbraio, di una commissione di inchiesta parlamentare sulla caduta del suo governo e sulla nascita del governo Monti, con indagini anche sull’operato delle massime istituzioni del paese – leggasi Napolitano (inchiesta su Napolitano subito negata).

Oltre alla questione della discesa in campo (essendo di un rango superiore, lui scende; Monti, invece, che è di un rango inferiore, sale in politica), per riconquistare l’elettore disorientato è importante anche segnare il passo con la vecchia politica, le solite facce e i parlamentari di professione. Ecco dunque una promessa: verranno “confermati solo cento dei parlamentari uscenti, tutti gli altri verranno dal mondo del lavoro e dall’esperienza degli amministratori locali”. C’è però una grana: quella degli “impresentabili”. E il nome più in voga non è un nome qualsiasi, ma quello di Marcello Dell’Utri. C’è da prendere posizione, e B. lo fa senza indugi: “Mi dispiace ma non possiamo candidare Dell’Utri”. Facilissimo. E invece no, perché lo stesso Dell’Utri afferma di doversi necessariamente ricandidare, essendo lui “perseguitato”. La soluzione arriva grazie a Gianfranco Miccichè e alla lista “Grande Sud”: Dell’Utri candidato col PDL ma non nel PDL. Nella stessa lista, Dell’Utri e “La Puglia prima di tutto” – la lista che candidò Patrizia D’Addario. Quanto di più simile a un cassonetto dell’indifferenziato, vista la provenienza assolutamente eterogenea di chi vi converge (e il giudizio si ferma qui).

Ma B. non è l’unico leader di partito “megafono” a finire sui giornali un giorno sì e l’altro pure. C’è anche Beppe Grillo. Un altro che, va detto, talvolta può risultare difficile da seguire. E sì, perché parla di democrazia, ma non esita a cacciare dal Movimento 5 Stelle i “dissidenti”, prima Federica Salsi e Giovanni Favia, poi Raffaella Pirini e tutta la lista di Forlì. E perchè, pur teorizzando la trasparenza a tutti i livelli, delle sue “parlamentarie” ha diffuso solo un dato, quello dell’affluenza (dato medio-alto se rapportato agli aventi diritto, ma decisamente basso se rapportato al numero totale dei simpatizzanti del Movimento), mentre il numero delle preferenze per ogni candidato ancora manca (e difficilmente a questo punto verrà reso noto. Alla faccia della trasparenza).

In questo elogio del lettino psichiatrico, con giravolte politiche che neanche nella capoeira, chi ha cercato di mantenersi più lineare possibile è stato il Partito Democratico, che, sbavature e questione-regole a parte, a sua volta ha indetto le primarie per i parlamentari (primarie che non sono state copiate dalle “parlamentarie” grilline, dal momento che c’era chi le chiedeva da tanto).
Le primarie si sono tenute in una data che più scomoda non si poteva – il 30 dicembre, con molta gente fuori sede che non ha potuto partecipare, e dopo solo una settimana di campagna elettorale da parte dei candidati: anche per questo il dato dell’affluenza (un milione di persone che per votare son dovute uscire di casa e a volte fare la fila, e non collegarsi a un sito) è davvero significativo. Ci sono stati risultati attesi e bellissime sorprese (anche se a me dispiace molto per Enrico), che porteranno in Parlamento gente capace e con una visione chiara della politica vera, quella con la P maiuscola.

E tutto ciò, alla faccia delle “buffonarie”.

Un tranquillo weekend di paura

Quello che poteva essere un tranquillo sabato sera come tanti altri s’è presto trasformato in una serata che neanche nella hall dell’Overlook Hotel. Tam tam di agenzie, voci incontrollate, “Monti al Quirinale da Napolitano”, fino all’inatteso “Monti annuncia le dimissioni” (qui il comunicato della Presidenza della Repubblica).

C’è il timore di esser tornati indietro di tredici mesi, a quel 12 novembre 2011 in cui Silvio Berlusconi rassegnò le dimissioni, avendo vanificato l’interregno-Monti con un solo, improvvido, irresponsabile gioco a due della premiata ditta Berlusconi-Berlusconi-Alfano. Non è un caso, infatti, se martedì 3 dicembre lo spread, dopo aver toccato quota 298 (con l’obiettivo mai nascosto da Monti di scendere fino a 287, vale a dire la metà di quell’incredibile 574 nel giorno del suo insediamento), sia prontamente schizzato a 330 all’annuncio del mancato voto di fiducia al Dl Sviluppo del PDL, sempre più ostaggio del suo padre padrone, dopo le dichiarazioni del ministro Passera che ne scongiuravano un ritorno.

Staremo a vedere come reagiranno lunedì borse e mercati. Mai come stavolta, però, si dovrà commettere l’errore di dimenticare i nomi dei responsabili di questo sfascio. Li conosciamo tutti.

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