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Regionali. Il PD ha un occhio pesto

Dopo che Matteo Renzi sabato ha violato il silenzio elettorale per ribadire come queste regionali avessero “valenza locale” e non fossero un test per il governo (allora non si capisce per quale motivo il governo si senta legittimato nella sua azione dal risultato delle elezioni europee dell’anno scorso, sbandierando in continuazione quel 40,8%. Quelle elezioni erano un test per il governo e queste no?), a urne ormai chiuse, quando si parlava solo sulla base di exit poll, il mantra ufficiale dello stato maggiore renziano è tornato ad essere “colpire Pastorino (e Cofferati, e Civati)”. Deve essere per questo che Orfini e Rosato si sono presentati davanti alle telecamere per accusare Luca Pastorino della mancata vittoria del PD in Liguria – chissà, forse Pastorino è responsabile del risultato tremendo anche in Veneto. Da allora, in tanti a recitare la poesia imparata a memoria.

Eppure, a me questo sembra un ragionamento stupido e arrogante.
Stupido perché la presenza di forze a sinistra del PD (dove ormai di spazio ce n’è) era stata abbondantemente messa in conto di Renzi, e perché quei voti espressi per Pastorino non sono gli stessi che mancano alla Paita. In buona parte hanno lo stesso DNA, certo, ma sono persone deluse dal PD nazionale e regionale, e che senza la proposta di Pastorino avrebbero alimentato il partito dell’astensione o avrebbero fatto scelte diverse (penso al M5S, che continua a intercettare voti – tanti voti – senza una marcata radice ideologica). Solo una piccola parte, penso, avrebbe scelto la Paita, turandosi tutto ciò che ci si poteva turare.
Arrogante, poi, perché denunci un “furto” di qualcosa di cui che non è affatto di tua proprietà (al massimo è comodato d’uso. Tipo il decoder di Sky). Quei voti non sono nè del PD nè della Paita, così come non sono di Luca Pastorino. Sono degli elettori. Elettori a cui il PD continua a proporre politiche e ricette per le quali Alfano esulta. In fatto di ambiente, lavoro, scuola, lotta alle disuguaglianze, sì che quello del PD è stato un #cambiaverso. Beh, e pretendete che gli elettori (anche quelli storici. Prendete me: mica mi ha fatto piacere, da un anno a questa parte, smettere di votare PD. Ma continuare sarebbe stato impossibile) continuino a votarvi?

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Botta e risposta

Anzi, Boccia e risposta.

E sì, perchè sulla nuova sconfitta del PD in tema di IMU Gad Lerner attribuisce delle responsabilità ben precise a Francesco Boccia.
Che però dà una sua versione dei fatti, anche piuttosto diversa.

#101motiviPD

#101motiviPD

Fino al 19 aprile, il numero 101 mi faceva pensare a due cose: ai cuccioli di dalmata nel cartone animato della Disney e a un fantastico live dei Depeche Mode al Rose Bowl di Pasadena (con annesso docu-film tratto da quel concerto).

Dal 19 aprile quel numero, almeno per gli elettori di centrosinistra, è diventato un marchio di infamia. Almeno tanti, infatti, sono stati i franchi tiratori che nel PD non hanno votato Romano Prodi al quarto scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Nell’evento del 24 maggio a Bari, con Pippo Civati e Antonio Decaro, vorremmo restituire un’accezione positiva al 101, cercando altrettanti motivi per non affossare ulteriormente il PD. Pippo e Antonio prenderanno appunti, cercando di individuare una terapia da somministrare a un paziente che non se la passa tanto bene. Facciamolo tutti.

La mozione Poborsky

Chi mi conosce bene sa quanto io ami lo sport. Sono un telespettatore onnivoro: seguo quasi tutto (a parte qualche “incidente di percorso” come, che ne so, il curling), anche se tendo a essere abbastanza nazionalpopolare privilegiando calcio e basket.

E però, mi piace anche la politica. Tanto.

Dico “però” perchè, a me che piace trovare “ponti”, affinità, analogie anche tra mondi molto diversi tra loro (e sport e politica lo sono), stavolta ho voluto sottolineare le differenze.

Senza parlare di etica – persa spesso in entrambi i contesti, e di esempi ne avremmo tanti – e oltre a quelle differenze facilmente intuibili, ce n’è una su tutte che secondo me è un punto chiave. La partecipazione e la fidelizzazione.

Generalmente te lo ricordi, il momento in cui diventi tifoso di una squadra di calcio. Che possa essere la squadra della tua città, che possa essere una delle “big” (se non abiti a Milano o Torino, le due cose non coincidono), ricordi il periodo e le ragioni.
Io che sono barese e che sono – e sarò – tifoso del Bari, ricordo quando diventai simpatizzante dell’Inter. Era la stagione 1993-1994, l’ultima di Ernesto Pellegrini, una stagione maledetta e stranissima: salvi alla penultima giornata in campionato, a un solo punto dalla retrocessione, ma vincitori della Coppa Uefa col Salisburgo. Col senno di poi avrei dovuto farmi qualche domanda.
Era l’anno di Dennis Bergkamp e Wim Jonk: uno salutato come il nuovo Messia e degna fotografia della squadra (deludente in campionato, decisivo e capocannoniere in Europa. Ma ebbe modo di darmi soddisfazioni quando passò all’Arsenal, diventando uno dei più grandi giocatori dei Gunners e della Premier League degli ultimi vent’anni), l’altro un onesto centrocampista col vizio del gol. Sarà proprio Jonk a decidere il ritorno a San Siro con gli austriaci, dopo lo 0-1 a Vienna targato Berti.

Quel gol non portò solo la Coppa Uefa a Milano. No. Portò anche un tifoso in più all’Inter. Il sottoscritto. Mi ero già avvicinato alla squadra proprio durante l’avventura in Europa, ma quella fu la consacrazione. Come ogni bambino, fui attratto da una squadra vincente: a dieci anni non capisci se una squadra gioca bene o meno, se è aiutata o sfavorita dagli arbitri e dalla sorte, se ha raggiunto gli obiettivi prefissati o se è stata la stagione è stata un fiasco totale (e vista quell’annata, meglio così).
Sono tre i principali motivi per cui da bambini si diventa tifosi di una squadra: i colori della divisa (motivo molto più diffuso si quanto pensassi), il fatto che questa squadra vinca e il fatto che ci giochi un tuo idolo. Lo sport ti fidelizza, per lo più da piccolo, quando le cose vanno bene. Da allora in poi condividerai quella fede con altri romantici, innamorati, disperati come te, e stavolta per davvero “nella salute e nella malattia”.

Anche in politica un partito in cui credi e che goda di ottima salute può invogliarti a farne parte. Ma c’è un’eccezione grossa così.

In politica quando mai si è visto che una squadra che esca con le ossa rotte da una competizione venga subissata dall’affetto e dall’entusiasmo dei suoi supporter? Mai, diciamocelo. Al contrario, sono molto più comuni i riposizionamenti e i cambi di casacca (e questi nello sport sono più rari). E non parlo di quelli per fair play a fine partita. Sul carro del vincitore, in politica, non si trova mai posto. È tipo un pullman scoperto, con tanti tifosi saliti a festeggiare. Anche i tifosi dell’ultimissima ora.

Eppure, c’è un però.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a ogni tentativo di suicidio assistito da parte dei vertici PD. Roba che neanche nelle cliniche svizzere. Nell’ordine:
– una snervante querelle sulle regole delle primarie
– giustificazioni per chi non ha votato al primo turno ma vuole votare al secondo che nemmeno a scuola (di queste, accolto solo il 7% delle domande, e molte bocciate anche con motivi stupidi. Alla faccia della partecipazione)
– primarie per i parlamentari – che, se fatte bene, sono un’ottima idea – organizzate in dieci giorni, per di più tra Natale e Capodanno e con i famosi impresentabili poi esclusi dalle liste
– mazzate tra Bersani e Renzi fino a inizio dicembre, poi fair play, campagna elettorale con tacchini sui tetti e giaguari da smacchiare, #pdbrothers, Renzi portato in giro come il salvatore della patria, elezioni non-vinte, regolamenti di conti, vendette trasversali, 101 franchi tiratori, dimissioni di Bersani, Renzi di nuovo osteggiato (salvo poi riportarlo in giro nel Paese perchè tra qualche giorno in molti comuni si vota per le amministrative)
– dal “mai con Berlusconi” al governo con Berlusconi in un mese, a volte anche meno. E se nel governo con Berlusconi i ministri si chiamano Alfano, Lupi, Quagliariello, vuol dire che è Berlusconi che governa, non tu. Perchè in questo caso il tuo cognome, “Letta”, pesa molto più del tuo nome, “Enrico”
– un nuovo (?) segretario, scelto nella stanza dei bottoni da sei persone e la cui candidatura è stata l’unica presentata in assemblea nazionale, in continuità con la segreteria-Bersani e senza chiare indicazioni sul futuro (congresso come e quando? Aperto o chiuso? E soprattutto: tu, segretario, ti ricandidi? Fino al congresso sarai una safety-car o una vettura in gara?)

Il mio Bari, che come tutte le squadre piccole ha vissuto più bassi che alti, non penso abbia mai vissuto tragedie del genere. Neanche la stagione macchiata dal calcioscommesse e dalla retrocessione. L’unico dramma sportivo che riesco ad associare al calvario del PD è il 5 maggio. Non quello manzoniano: quello di Hector Cuper. Un naufragio, un’implosione totale. Una non-vittoria, per dirla alla Bersani, nonostante il doppio vantaggio, in classifica e nel parziale. Cioè, esattamente quello che è successo al PD a fine febbraio.

Nonostante il doppio tracollo, prima nelle urne, poi nella scelta del Presidente della Repubblica, buona parte dell’elettorato del PD ha deciso di non lasciare solo il partito, anzi (probabilmente per non consentire ancora a questi dirigenti di fare altri danni). E se da una parte si bruciavano le tessere in piazza, da un’altra parte nascevano germi di mobilitazione.

Mobilitazione collettiva, come quella che ha portato all’occupazione di tante sedi del PD sul territorio nazionale, e che descrive bene Giuseppe. Giuseppe è un mio caro amico, fa parte di OccupyPD Bari, ha partecipato al presidio fuori dall’assemblea PD a Roma, alla riunione nazionale di OccupyPD a Prato ed è intervenuto a Piazzapulita. Quando descrive OccupyPD, ne parla come di una “battaglia di generosità”. E fa bene, a mio avviso, poichè se già in condizioni normali chi si dedica a una qualsiasi attività impiega tempo e risorse che potrebbe dedicare ad altro, in questo caso questo discorso vale ancora di più, dato che vanno considerate riunioni domenicali o dopo una giornata di lavoro, tempo passato a scrivere documenti e a coordinare gli altri gruppi e perchè no, anche un po’ di soldini per la trasferte in tutta Italia.

Ma la mobilitazione può anche essere singola, personale. La descrive Lorenzo in una lettera sul blog di Pippo, che condivido in toto e che non avrei saputo scrivere meglio. Per inciso, è esattamente quello che ho fatto io: entrare nel circolo del mio quartiere, chiedere informazioni sul tesseramento, dire apertamente che volevo prendere la tessera “perchè sono incazzato”. Per me questa è la “mozione Poborsky”: un po’ come se un tifoso interista, piuttosto che allontanarsi dalla squadra dopo quel maledetto 5 maggio, avesse deciso di sottoscrivere un abbonamento e di passare dalla poltrona di casa al seggiolino di San Siro.

Perchè in fondo, quando ci sono di mezzo i sentimenti, è sempre una questione di generosità.

Purghe Democratiche

Mi sfugge l’autorità con cui il fico Fioroni, autocandidatosi a primarie a cui poi non ha mai partecipato, titolare di un posto fisso in Parlamento dopo aver chiesto una deroga e portatore sano di foto in cabina elettorale (per qualcuno un alibi precostituito), minacci di cacciare Civati – già “colpevole” di non aver votato Napolitano – nel caso in cui non dovesse votare la fiducia al governissimo PD-PDL.

Stessa cosa, ma senza particolari destinatari, fa Dario Franceschini, che però, come ricorda Pippo, si è intestato l’operazione-Prodi, e dunque sembra al di sopra di ogni sospetto.

Forse il primo traditore (parole di Bersani) l’abbiamo beccato. Sotto con gli altri cento.

Solo corse in salita

Altro che ultima curva.

In un percorso non semplicissimo, ma reso molto più insidioso dallo scarsissimo affiatamento tra i corridori della stessa squadra, prima tutta una serie di cadute, una più grave dell’altra, da cui il gruppone è uscito frammentato e con tanti lividi, quindi il suicidio negli ultimi metri per una strategia di squadra totalmente sbagliata, che ne mette addirittura in discussione la partecipazione a nuove corse future.

Per noi solo corse in salita.

Il governissimo che (ci) fa malissimo

Insomma, pare che l'”esito non risolutivo” del mandato esplorativo conferito a Bersani da Napolitano non sia neanche la cosa peggiore che potesse capitare al segretario.

E già, perchè a quanto pare le consultazioni tenute stamattina direttamente da Re Giorgio coi referenti delle varie forze politiche si sono trasformate in una partita a scacchi. Partita in cui la morsa PDL-Lega ha dichiarato scacco al segretario PD: volontà di un governo politico, “vista l’esperienza tragica del governo tecnico”, anche a guida Bersani. Un abbraccio mortale. E non si può non pensare, dopo la minaccia di occupare le piazze se il prossimo Presidente del Consiglio non fosse stato un nome gradito ai berluscones, che questa offerta sia stata fatta per avere la contropartita del Quirinale (un governo può durare anche pochi mesi, ma sette anni sono lunghi. Cosa succederebbe con un Gianni Letta – lo dico, così lo brucio – per sette anni al Quirinale?).

Oltre che la naturale continuazione di un governo Monti senza Monti – non dimentichiamoci chi revocò la fiducia a quel governo – e una nuova, lunga campagna elettorale travestita da prologo istituzionale, una grande coalizione PD-PDL-Lega-Scelta Civica sancirebbe l’implosione totale e definitiva del PD.

Se gli elettori di Berlusconi generalmente si fidano del suo fiuto (e delle sue promesse), e poco gliene frega di stare al governo con gli odiati “comunisti” – avvisateli: non ci sono più, e quei pochi che ci sono hanno cambiato abitudini alimentari – evocati nelle piazze e col temutissimo Monti, fino a qualche giorno fa responsabile dell’aumento del numero dei suicidi e finanche del buco dell’ozono, con gli elettori del centrosinistra è completamente diverso.

E già, perchè una larghissima maggioranza degli elettori del PD e della coalizione di centrosinistra si dichiara contrario a quello che sarebbe, parafrasando Jerry Calà in “Yuppies”, un (nuovo) governissimo che (ci) fa malissimo. Elettori che a febbraio hanno dato una nuova (e in alcuni casi, un’ultima) dimostrazione di fiducia a un partito che probabilmente neanche se la merita, e che puntualmente si ritroverebbero a non contare un cazzo. E quando ci vuole ci vuole.

Come se non bastasse, una mossa del genere aggiungerebbe confusione su confusione fra i vertici del partito. Perchè chiamarsi “democratico” è molto bello, ma uscire non-vincitore da una tornata elettorale in cui eri dato per dominatore totale e apparire così frammentato e con mille posizioni diverse alla luce dell’esito delle urne è un attimo. Se già in tempi di pace (NdA: prima dell’offerta-che-non-si-può-rifiutare-e-invece-sì) parte dell’area ex popolare-ex margheritina premeva per sedersi al tavolo con Berlusconi – su tutti, Matteo Renzi e i suoi, non ultimo quel Graziano Delrio sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’ANCI – cosa succederà adesso?

In tutto ciò, pare che i pentastellati non chiudano le porte a un governo di “pseudotecnici”. E il primo nome “pseudotecnico” che mi viene in mente è quello di Fab…io B..ca. E non lo dico, così non lo brucio.

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