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L’ultima curva

Caro segretario Bersani,
vieni da una terra fatta di autodromi e motori. Dal regno della velocità. A pochi chilometri da casa tua nascono le Ferrari e le Ducati. Sempre vicino casa tua morì Ayrton Senna. Ma siccome mi rendo conto che questa velocità non ha nulla a che fare con i ritmi della politica italiana, forse è meglio rallentare, slacciarci le cinture di sicurezza e cambiare mezzo.

Non importa se in volata o (più probabilmente) col gruppo compatto, ma siamo arrivati all’ultima curva. L’ultima curva del settennato di Giorgio Napolitano, e l’ultima curva del percorso a ostacoli a cui ci ha costretti il pastrocchio delle urne.
Entente cordiale col proprietario del PDL sul nome del prossimo inquilino del Quirinale no, grazie. Anche perchè di cordiale non avrebbe davvero nulla.

Sarebbe insopportabile, per una base sempre più inascoltata e, quando va bene, sfiduciata, strategicamente incomprensibile (un governo può durare anche solo pochi mesi, un Presidente della Repubblica dura sette anni: siamo proprio sicuri che i due piatti della bilancia pesino allo stesso modo?) e totalmente in controtendenza rispetto al metodo usato per scegliere i presidenti di Camera e Senato.

L’idea che traspare leggendo i giornali e ascoltandovi in tv è che neanche nel PD sappiate cosa volete.
Volete rivotare? E quali sostanziali differenze prevedete rispetto all’esito del 25 febbraio, a cinquanta giorni dalle elezioni e con la stessa legge elettorale?
Volete il governissimo? E a quel punto non aveva senso continuare ancora l’esperienza di Monti (sì, tranquillo, mi ricordo chi fu a sfiduciarlo)? Peraltro, il governissimo sarebbe davvero un elisir di lunga vita a Berlusconi, che avrebbe l’opportunità di avere voce in capitolo pur potendo scaricare colpe sulle altre forze al governo per ogni eventuale misura difficile da digerire per la sua base.
Volete davvero venire a patti (perchè di questo si tratta) con il peggiore esempio di destra populista europea e scegliere con loro il nome della più alta carica dello Stato? E non torniamo a ripetere come un mantra il concetto di “nome condiviso” (ricordati con chi lo dovresti condividere), ti prego. Innanzitutto perchè anche un brutto nome può essere condiviso. In secondo luogo, perchè lo ricordava Beppe Severgnini a Ballarò: è importante che si tratti di un nome condiviso “durante” e “dopo”, non “prima”. Mica sette anni fa Giorgio Napolitano era così condiviso. Anzi. Però lo è diventato.
E soprattutto, questo nome condiviso com Berlusconi, quali sembianze assumerebbe? D’Alema? Violante? Amato? Non scherziamo.

Nè tantomeno posso credere che questo stallo sia dovuto alla tua caparbietà nel voler ricevere l’incarico di premier a tutti i costi, che di riflesso inserisce fra i requisiti del prossimo “quirinabile” la possibilità che quest’ultimo ti dia nuovamente il mandato.
Non lo posso credere perchè sei la persona che, pur essendo il candidato in pectore del PD alla Presidenza del Consiglio come da statuto, ha deciso di rimettere in discussione tutto ciò con le primarie di dicembre, e perchè hai chiesto a Dario Franceschini e Anna Finocchiaro un doloroso passo indietro quando si parlava di loro come possibili presidenti di Camera e Senato, e dunque non riesco a credere che non chiederesti un passo indietro anche a te stesso.
Spero non vorrai smentirmi.

Ora, il sottoscritto non ha nessuna simpatia per il M5S, ma dobbiamo ammettere che, al netto dei limiti tecnici e delle opacità del metodo, il M5S è stata la prima forza a chiedere un parere ai suoi sul nome del futuro Presidente della Repubblica (lo ricorda bene Alessandro Gilioli qui) e, prima ancora, ha fatto sì che si alzasse l’asticella contribuendo a eleggere Laura Boldrini e Pietro Grasso.
Più dei nomi fatti dai simpatizzanti grillini (ho grande stima di quasi tutti i presenti nella loro top ten, ma tra la stima e vederceli Presidente della Repubblica, beh, ce ne passa) conta il messaggio. Aria nuova, fresca, ma allo stesso tempo di altissimo profilo. Qualche nome di livello assoluto ce l’hai (due su tutti, per quanto mi riguarda: un giurista di altissimo livello e un ex Presidente della Commissione Europea) e, cosa bella, questi stessi nomi sono anche nella top ten a Cinque Stelle.

Non stiamo lì a cincischiare, segretario: c’è un messaggio da cogliere (e da rispedire, firmato, a Genova) e un governo da formare ma, prima ancora, un Presidente da eleggere.
Vediamo di non cadere all’ultima curva, che certe cadute sono più dolorose di altre. E vediamo di smentire chi dice che “sono tutti uguali”. E anzi, se pensi ti serva una mano nel gruppone, ricordati che puoi sempre pedalare con un amico.

Da te dipende.

I dieci Passi

E non cento, come quelli di Peppino Impastato. Per parlare di questa campagna elettorale me ne farò bastare meno.

Passi il primo partito che fa le primarie per i parlamentari ma che paracaduta qualcuno in posizioni allettanti e che candida non esattamente qualche stinco di santo (questi ultimi, per fortuna poi rimossi dalle liste).

Passi un partito Movimento che fa le sue “parlamentarie” online, ma senza render noto quanti voti hanno raggranellato i candidati ufficiali e riferendo a malapena il numero di votanti. Alla faccia della trasparenza.

Passi un Prof che, esaurito il suo mandato, decide di scendere salire in politica nonostante avesse detto il contrario (disse giustamente il mio sindaco, “Quello che doveva essere una safety-car è diventato un corridore”). Lo stesso Prof che, in un modo e con dei termini quantomeno sgradevoli, chiede al candidato premier della coalizione di centrosinistra di “silenziare le ali”.

Passi un’intervista in una tv di proprietà, fatta da una conduttrice “di famiglia” e genuflessa.

Passi un magistrato – che personalmente ho stimato molto – entrare in politica col suo movimento civile, autoproclamarsi l’unica opposizione al prossimo governo, denunciare offerte di “desistenza” e vendersi come “novità” nello scenario politico, salvo poi scoprire che il movimento di civile ha ben poco, visto che le posizioni apicali sono occupate da segretari di partitini che se non si fossero federati avrebbero potuto seguire solo il Question Time su Raitre.

Passi un barbaro che dichiara di andare a rompere con un importante leader tutt’altro che amato dalla sua (sua del barbaro, non sua dell’importante leader) base, salvo poi legarsi a doppia mandata, regionale e nazionale, poche ore dopo. Lo stesso barbaro che promette, in caso di elezione a presidente di regione, di tenere il 75% delle tasse dei suoi corregionali nella sua regione e addirittura di introdurre una moneta locale.

Passi un partito che, ad alcune latitudini, è molto legato al suo territorio, ma soprattutto pare esserlo ai suoi istituti di credito.

Passi, con molta fatica, il machismo di un leader settantaseienne, malandato e che non ha mai accettato il passare del tempo, che non trova nulla di meglio che intrattenere la platea – forgiata a sua immagine e somiglianza – ad un suo comizio elettorale con allusioni gratuite nei confronti di una giovane donna. E smettiamola di chiamarli “doppi sensi”, ché il senso è uno solo.

Passi un’altra intervista, in una tv non di proprietà, stavolta annunciata e poi arbitrariamente cancellata. E passino anche le piazze ritoccate con Photoshop.

Passi il master erroneamente attribuito, e passi anche l’”omissione di controllo”.

Ma la lettera a casa in cui dici che se ti voto e tu vinci mi togli l’Imu e addirittura nel primo Consiglio dei Ministri mi disponi la restituzione di quanto ho pagato, no. Non passa. E non perché mi piaccia pagare. Ma perché in realtà non mi restituisci niente, visto che quei soldi che mi ridai me li sottrai da altre parti, perchè è pura e semplice compravendita elettorale, peggio della scarpa sinistra di Achille Lauro, e perchè, in fondo, non sei mai stato credibile.

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