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Discriminazioni territoriali

La bacheca Facebook di Matteo Salvini è un mondo fantastico, e leggerla è meglio di un giro sull’autoscontro.

La notizia sportiva del giorno è la squalifica di quattro turni a Philippe Mexes e la prossima gara casalinga del Milan, quella con l’Udinese, da disputarsi a porte chiuse per “discriminazione territoriale” (e in questo senso, le squadre italiane hanno iniziato malissimo la stagione).

Tutto ciò, ovviamente, al tifoso milanista Salvini non va per niente bene. È che proprio non si riesce a individuare il bersaglio dell’invettiva salviniana, però, dal momento che delle squalifiche nel mondo dello sport se ne occupa il giudice sportivo, e non si capisce come un giudice sportivo possa occuparsi delle “discriminazioni vere, che colpiscono la povera gente, fuori dagli stadi, tutti i giorni del mese!”.

E dire che in passato Matteo Salvini l’atmosfera da stadio ha dimostrato di conoscerla bene.

Il paradosso dell’alunno

Che la Lega possa lanciare proposte sulla scuola è quantomeno singolare, visti gli scintillanti curriculum di alcuni suoi ex dirigenti.
Ma Matteo Salvini, europarlamentare, accetta di avventurarsi in questo campo e riporta sulla sua bacheca Facebook la proposta del suo partito.
“Bambini stranieri a scuola solo se prima imparano la lingua italiana”. “Ovvio, di buon senso, quasi banale”, aggiunge. E certo.

Caro Salvini, un bambino frequenta la prima elementare a sei anni. Dai tre ai cinque anni può anche andare all’asilo, ma che io ricordi, la scuola dell’infanzia non è obbligatoria: è più una preparazione alla scuola primaria, ed è difficile che si possano imparare a tre anni le nozioni di una lingua non tua al punto tale da permetterti di passare un test.
Ma supponiamo per assurdo che passi la proposta della Lega. Ora, come fa un bambino straniero, con genitori stranieri, a imparare la lingua italiana al punto da tale da essere ammesso a scuola se non ha interazioni con italiani (nel suo caso, coi suoi coetanei)? Come dovrebbe imparare la lingua italiana rimanendo a contatto con persone che parlano solo la lingua del proprio paese d’origine? Restando incollato alla tv? E quali dovrebbero essere i suoi insegnanti? I doppiatori dei cartoni animati? Fabio Caressa e Beppe Bergomi?

Altro non sembra che una variazione sul tema di quanto già proposto dalla stessa Lega durante l’ultimo governo Berlusconi, le mitiche classi ponte per gli alunni stranieri (che, infatti, nel 2008 furono bocciate da molti linguisti). Lo scopo? Rendere sempre più difficoltosa l’integrazione degli alunni “non italofoni”.

La proposta della Lega sembra paradossale, nel vero senso della parola. Paradossale perchè, in senso lato, ricorda il “paradosso del barbiere” di Bertrand Russell (e che, dato il contesto, potremmo ribattezzare il “paradosso dell’alunno”). Parafrasando Russell, “un alunno che non conosce la lingua italiana non va a scuola”, ma “un alunno che non va a scuola non conosce la lingua italiana”.

Poi, certo, sarebbe simpatico se Matteo Salvini rispondesse all’obiezione che gli fa su Facebook un utente. Come la mettiamo con chi si laurea in Albania senza conoscere l’albanese?

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